Si organizzavano due squadre e con la conta si decideva chi doveva andare sotto, (ava scì sotte). Uno dei componenti della squadra di sotto, si metteva spalle a muro per fare da cuscino, mentre gli altri si disponevano piegati uno dietro all'altro, in modo che ogni ragazzo veniva cinturato da quello che gli stava dietro. L'altra squadra si preparava al salto ed uno alla volta con balzi più lunghi possibili si saltava sulle schiene dei compagni dell'altra squadra. Quando tutti i componenti della squadra avevano saltato, il capo della squadra di sotto cominciava a contare fino a quindici, (la durata era variabile). Se la squadra di sotto riusciva a sostenere il peso degli altri sino al termine della conta, si invertivano le parti ed il gioco ricominciava. Se, invece, la squadra di sotto non riusciva a sostenere il peso, tutti scendevano e si ricominciava senza invertire i ruoli. Viceversa se uno dei ragazzi nel saltare perdeva l'equilibrio, metteva un piede a terra o cadeva allora le squadre si invertivano senza arrivare alla conta.
IL PICCHIO, LA TROTTOLA, U 'VERRUZZE"
"Così le trottole stan ferme e nel medesimo tempo si muovono, allorché fissando la punta su uno stesso luogo, si volgono intorno".
Strano a dirsi, ma questa è una descrizione antichissima, fatta da Platone. A Roma questo gioco si chiamava "Picchio", a Napoli "Strummolo", nel barese "Cùrrue".
Il "Verruzze" è una specie di cono di legno scanalato alla cui punta è infisso un chiodo. Lungo le scanalature viene avvolto uno spago ben aderente. Poi lo si lancia, letteralmente, per terra tenendo con una mano l'estremità superiore dello spago.
II "Verruzze" si libera dello spago e gira su se stessa velocemente, a seconda della forza e dell' abilità del lancio. Se si prende in mano, iì "Verruzze" continua a girare. E c'era chi giocava a "Spaccapicchio": II giocatore, tenendo in mano il proprio "Verruzze" in moto, si metteva in piedi perpendicolarmente al "Verruzze" avversario; poi lasciava cadere il proprio "Verruzze" sopra quello altrui. A volte lo spaccava, più spesso lo scheggiava.
LE SCECHE DENA VOLDE di Peppino Zazzaro UVERRUZZE Ce prijsce, ce allegrì stevene ijende e core mì acquanne uaggnone mmènz'a la strate e nnanze a nu pertone che nu bbèlle verruzze me faceva na scecuate. Che nu tuppe pettate all'use a la ponde nu prone de fiirre nu picche de spache ndertegghiate atturne atturne iève nu spèttaggue a vedèue rezzuà accome e munne. Aligande, sebbraffine a pennijdde o trappeta trappete parève probbete nu brave ballèrine. U verruzze aggerave, aggerave pareva ca me parlave nu patrunne accome a ttè me fasce sendì cchiù mbertande de nu rrè. Verruzze, non nde si affermanne mà condinui condinui a rezzuà percè ij nzijeme a te vogghie condenuà a scecuà.
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